23 gennaio 2021

L'appunto smarrito

 Pollice e penna

A distanza di tempo penso spesso a quella mattina d’estate.

A dire il vero ci penso ogni volta che scrivo, costretto a impugnare la penna in modo insolito. Con tanto esercizio la mia grafia ora è perfettamente leggibile. Chissà, forse è giunto il momento di comprare una moderna macchina per scrivere e mettere da parte la Parker in ebanite da trentacinque lire, ma troppi ricordi mi legano a lei. Sembra che siano rimasti incapsulati nel serbatoio dell’inchiostro, che non aspettino altra occasione per uscire dal pennino e trasformarsi in parole, lucide e ordinate, in voci e sorrisi, sguardi, sogni e delusioni.

Pensando a mente fredda a quegli eventi, direi che siano stati attraversati per intero da una netta sensazione di ineluttabilità: vedo una mano invisibile, forte e decisa che tira i fili del destino. Ogni personaggio della vicenda, me compreso, ha recitato la parte che gli è stata attribuita da un copione scritto da altri; ognuno immerso nel proprio ruolo, senza alcuna deviazione. Sarebbe bastato un piccolo fattore di disturbo, un battito di ciglia fuori posto e la vicenda avrebbe preso pieghe imponderabili. Bastava dire no a zia Tina, tanto per cominciare. Potevo prendere a cazzotti Scorza per quella sua dannata busta; se l'avessi fatto, il titolare dell’Angleterre mi avrebbe licenziato, ed ecco che sarei uscito di scena. Sono pentito per non avergli rotto il grugno; quel fesso di romano ora mi sarebbe stato grato per l’eternità.

Prima visione


 

1 novembre 2020

Il maleficio

Mi chiamo Sallustio, liberto di Primo Sabino Cato, duovirio di questa città. Sono il suo scrivano fidato, tengo i conti in ordine per quanto è possibile e mi occupo dei suoi clienti. Quella mattina però, fui costretto ad occuparmi d’altro. 
    Avevo trascorso una nottataccia, disturbata da sinistri lamenti provenienti dalla strada. Il caldo mi costringeva a tenere il battente aperto e non tirava un alito di vento.
    Quando all’alba, un urlo terrificante mi fece saltare giù dal letto. Dalla finestra vidi un’ombra sgusciare furtiva lungo il porticato del tempio di Pomona e sparire nell'ombra dell’edificio.
    Fui il primo a raggiungere lo spiazzo di sotto. Sul pronao oltre il colonnato vidi Ambrosia, moglie di Licilius, flamine del tempio, che urlava e si strappava i capelli. Le sue orribili maledizioni si riverberarono tra le insulae circostanti, squarciando il silenzio del mattino. Mi avvicinai a lei guardingo; Ambrosia era una donnona nota per il suo caratteraccio collerico e manesco.