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23 marzo 2022

Appuntamento con la vergine

Io sono Héctor

    Viceregno di Napoli, golfo di Salerno, primavera 1551. 

Héctor si svegliò convinto che neanche in paradiso, nel caso possedesse un mare di indulgenze, quell’incubo avrebbe avuto fine.  Si strofinò la faccia cercando di scacciare dalla mente quegli occhi grandi e neri della bambina, sempre la stessa, e l’immagine finale del suo abito risucchiato dal mare.
    C’era anche lui, affacciato dall’impavesata della nave a osservare quella scena, mentre un ciuffo di capelli spariva tra le onde. Provava inutilmente a gettarsi in acqua per salvarla, ma una mano lo tratteneva.
    Seduto sul bordo della branda, iniziò a frugare tra lecoperte in cerca del suo sacchetto di foglie. L’inferno lo attendeva, ne era certo, malgrado le assoluzioni. Era solo questione di tempo. Prima o poi avrebbe fatto i conti con Satanasso, nonostante avesse confessato i propri peccati
almeno un paio di volte, nella speranza di incontrare presto un sant’uomo che sapesse indicargli il cammino per la redenzione.

1 novembre 2020

Il maleficio

Mi chiamo Sallustio, liberto di Primo Sabino Cato, duovirio di questa città. Sono il suo scrivano fidato, tengo i conti in ordine per quanto è possibile e mi occupo dei suoi clienti. Quella mattina però, fui costretto ad occuparmi d’altro. 
    Avevo trascorso una nottataccia, disturbata da sinistri lamenti provenienti dalla strada. Il caldo mi costringeva a tenere il battente aperto e non tirava un alito di vento.
    Quando all’alba, un urlo terrificante mi fece saltare giù dal letto. Dalla finestra vidi un’ombra sgusciare furtiva lungo il porticato del tempio di Pomona e sparire nell'ombra dell’edificio.
    Fui il primo a raggiungere lo spiazzo di sotto. Sul pronao oltre il colonnato vidi Ambrosia, moglie di Licilius, flamine del tempio, che urlava e si strappava i capelli. Le sue orribili maledizioni si riverberarono tra le insulae circostanti, squarciando il silenzio del mattino. Mi avvicinai a lei guardingo; Ambrosia era una donnona nota per il suo caratteraccio collerico e manesco.

14 ottobre 2020

La digestione

Per coloro che non mi hanno ancora conosciuto, mi chiamo Sallustio e sono il liberto di Primo Sabino Cato, senatore e duovirio di questa città. Faccio lo scrivano, tengo in ordine i conti e mi occupo dei clientes.
    Dovrei ricordarvi qualche altra cosuccia su di me, ma il Tempo dà sempre torto agli assenti, pertanto quando è ora delle fabulae, aprite bene le orecchie. Quella mattina mi ero svegliato con la testa che sembrava la fucina di Vulcano; un dolore atroce che mi prendeva dal collo e stritolava le meningi. Temisone, mio amico medico, consigliava un bagno alle terme per quel genere di malanni. A mezzogiorno, sbarazzatomi dell’ultimo cliente, un rompiscatole che non finiva di parlare, uscii finalmente di casa. Attraversai mezzo decumano inferiore, una strada fiancheggiata da un lungo colonnato: portici, empori traboccanti di merci e botteghe di spezie odorose. Lo schiamazzo della gente era insopportabile, per non parlare del frastuono proveniente dagli opifici; tutto rimbombava nella mia zucca come il rullio dei tamburi che accolgono i gladiatori nell'arena. 

25 settembre 2020

Il Coppiere

Oggi è un giorno importante per il padrone di casa, si festeggia la sua nomina a senatore e qui tutti fanno a gara per entrare nelle sue grazie. Finché i Numi ci assistono, ci sarà sempre qualcuno che busserà alla porta.
Mi chiamo Sallustio, sono un liberto al servizio di Primo Sabino Cato, duovirio di questa città. Dati i miei studi sono diventato scrivano personale del senatore, ma svolgo anche mansioni di sumptuarius, tengo in ordine i conti, redigo verbali e scrivo lettere da inviare al Senato di Roma. 
Potrei dirvi che gli dèi sono stati misericordiosi, che vivo sotto un tetto accogliente e non muoio di fame. Non mi spezzo la schiena come gli schiavi di questa dŏmŭs, questo è vero, non ricordo più il rumore dello scudiscio sulla pelle, ma sono costretto a sopportare altro, cose che dilaniano l’animo peggio delle bastonate.

19 settembre 2020

Covid Tale

"Tutto era tranquillo a Covid City alla vigilia di Natale. 
La città si era svegliata ricoperta da un candido strato di neve. Da dieci anni a questa parte, la notte del 24 di dicembre, il bianco ovattava case, giardini e le lunghe strade alberate. E ogni anno, il principale quotidiano cittadino dedicava all’avvenimento la prima pagina con una foto gigante della spiaggia innevata, sulla cui superficie si rifletteva la luce argentea del mattino.

14 settembre 2020

L'impellenza

Confesso di non aver mai visto da vicino un cadavere ammazzato e lo sfacelo provocato da un  singolo proiettile, uno solo finito in mezzo alla fronte: il retro del cranio si era aperto come un melone. Il cervello spappolato era schizzato dappertutto; i miei occhi non riuscivano a staccarsi da quell’orrore.
L’uomo, un tizio corpulento dall'aspetto piuttosto volgare, giaceva tra la macchina e il bordo della scarpata, coi pantaloni e gli slip completamente abbassati. 
Doveva essersi fermato per un furioso bisogno, impellente e prepotente, uno di quelli che non danno preavviso e che provocano sudore freddo. Il fetore era insopportabile e stagnava nel caldo asfissiante.
    Gettai un occhio attorno per vedere se arrivava qualcuno, ma a quell’ora ero certo di essere da solo, in quella  stradina di campagna, polverosa e desolata. Il sole si rifletteva sui teloni bianchi delle serre e sul cofano metallizzato del suv. Già a quella distanza era possibile avvertire il calore che si sprigionava dalla lamiera. La portiera del guidatore era aperta.

13 settembre 2020

L'impellenza

II Parte 

Dovevano aver scoperto il cadavere, perché lungo la strada incrociai svariate volanti e almeno due posti di blocco: uno all’altezza dello stadio e un altro dopo il crocevia poco più avanti. Erano quasi le diciassette quando tirai lo scooter sul cavalletto. Presi la chiave e aprii l’entrata posteriore. Dopo aver rimesso a posto ogni cosa, iniziai a concentrarmi sul da fare. Nella sala centrale aleggiava il tanfo dei cuscini impregnati di fumo e di ogni sorta di odore. Di colpo vidi il titolare entrare dall'ingresso principale. Non era solo, dietro di lui c’erano due uomini in giacca e cravatta che lo seguivano.
    «Che ci fai qui?» chiese con irritazione e sorpresa.
    «Sostituisco il ragioniere.»
    «Prepara tre caffè, sbrigati» mi ordinò senza farsi domande. Era nero, glielo leggevo in faccia.
    Mi portai dietro al bancone e macinai una dose di caffè. Intanto i tre si erano accomodati alle poltrone che circondavano la pista da ballo. Le loro voci rimbombavano sotto il basso soffitto.          Trattenni il fiato, mentre guardavo il filo di crema riempire lentamente le tazzine.
    «Conosce quest’uomo?» sentii chiedere da uno degli sconosciuti. Il mio cuore iniziò ad andare su di giri.