fuoriusciti di consorterie e canagliume prezzolato; pareva che la migliore feccia d’Oriente si fosse data convegno nelle terre del Guiscardo. Riccardo li sentiva chiacchierare; qualcuno discorreva in greco, un altro in franconormanno e un terzo persino in dalmatico. Circondati dal bosco, riposavano attorno ai fuochi, ignari di cosa si sarebbe scatenato di lì a poco. Contò una ventina di mercenari variamente assortiti, tra i quali spiccava un guerriero di alta statura con addosso un farsetto di cuoio e gambali da cavallo. D’un tratto, la sua risata cavernosa echeggiò tra i rami, sfiorando le cime degli alberi. Aguzzando la vista, Riccardo scorse tra i bagagli una stia di piccioni viaggiatori; con quei pennuti a loro disposizione, ora si spiegava molte cose. Un uomo in cotta di maglia, seduto sopra un ceppo, si girava di continuo, come se avesse sentito la loro puzza o cercasse di scrutare nel buio della notte. Sembrava fosse sul chi vive, come se attendesse un segnale. La sentinella sorpresa sulla riva del torrente giaceva morta con la gola tagliata, ma Riccardo non si fidava troppo; v’era sempre la possibilità di essere finiti in una trappola o che una spia al palazzo del duca li avesse informati del loro arrivo. Allentò la presa sull’impugnatura della spada e respirò a fondo, lentamente. L’aria fredda di montagna scese nei polmoni, l’odore dell’erba umida e delle foglie del sottobosco si confuse con quello del sudore, del ferro e del cuoio dei loro indumenti.
Niente poteva garantirgli che sarebbe sopravvissuto a quella notte; una pugnalata nella schiena, un colpo gobbo tirato con furbizia e la lama di una bastarda che gli apriva il cranio. Poteva fare affidamento solo sul coraggio, sui suoi compagni e sulla buona sorte. In fondo, la morte arriva per tutti prima o poi, si consolò. Riccardo guardò gli uomini distesi a terra di fianco a lui, nascosti tra la vegetazione con le armi in pugno, tesi come archi, smaniosi di gettarsi nella mischia. Dodici variaghi sputati dall’inferno. Dodici fedeli apostoli armati fino ai denti. Dodici avventurieri assetati di bottino. Era una strana sensazione guidare gente di quel tipo, pronta a rischiare la pelle per un granello d’oro. Il suo compagno d’avventura sorrideva divertito con un ghigno maledetto sulle labbra; dannato Ermanno, trovava sempre il modo di scherzare nelle situazioni di pericolo. Eppure, in quel momento, nonostante l’incertezza, Riccardo si sentiva euforico: forse era colpa del vino che gli aveva fatto bere la donna. Chissà quale intruglio aveva preparato. Pensò alle labbra morbide di Tassia, al suo corpo delizioso e alla sua pelle, dolce come il miele. Gli sembrò un motivo più che sufficiente per battersi da leone e mantenersi in vita. Desiderava rivederla, penetrare la sua carne o morire tra le sue braccia; quello sì che sarebbe stato un bel morire. «Tassia» mormorò e dentro di lui risuonò come un grido di battaglia. Ma pensò anche alla promessa fatta, ai pericoli scampati e alle peripezie che lo avevano condotto in giro per mezzo Oriente. “Costantinopoli o Gerusalemme?”.
L’ultima mossa dell’alfiere, tagliare il campo del nemico e correre a perdifiato; sarebbe stato il più veloce. Improvvisamente, avvertì di essere pronto, con il cuore pieno di vigore.
Tutti aspettavano il suo ordine. Gli occhi dei variaghi erano puntati su di lui, gli arcieri erano in posizione, con la freccia incoccata. Riccardo alzò lo sguardo al cielo e nel debole chiarore della notte vide volteggiare una coppia di grifoni. “Hanno già sentito l’odore del sangue? Con quale carcassa si sfameranno?” D’un tratto, il centro della radura si animò, gli uomini seduti attorno al fuoco si alzarono di colpo e dall’ombra del bosco spuntò un cavallo condotto a piedi da un cavaliere. Qualcuno gli andò incontro per prendere le redini. “Ecce homo” pensò Riccardo, stringendo forte l’impugnatura della spada. Quell’apparizione improvvisa non lo aveva sorpreso. Lo sapeva fin dall’inizio che l’uomo giocava coi dadi truccati: il Giuda e quella vista rinvigorirono il desiderio di vendetta. Se avesse dato retta ai consigli di Ermanno, avrebbe evitato il peggio, ma non c’era tempo per i rimpianti. Sarebbe stata la notte del giudizio, di quello era sicuro . Troppi uomini erano morti per mano sua e dei suoi masnadieri, sentiva le loro grida echeggiare nelle tombe. «Forza» si disse risoluto. Riccardo scattò in piedi, impugnò lo scudo e i variaghi si disposero in fila imitandolo, poi iniziarono a battere sull’umbone e a urlare a squarciagola.
L'alfiere d'Oriente. Riccardo del Principato e la croce di Bisanzio. Il Piroscafo edizioni, 2024

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