14 settembre 2020

L'impellenza

Confesso di non aver mai visto da vicino un cadavere ammazzato e lo sfacelo provocato da un  singolo proiettile, uno solo finito in mezzo alla fronte: il retro del cranio si era aperto come un melone. Il cervello spappolato era schizzato dappertutto; i miei occhi non riuscivano a staccarsi da quell’orrore.
L’uomo, un tizio corpulento dall'aspetto piuttosto volgare, giaceva tra la macchina e il bordo della scarpata, coi pantaloni e gli slip completamente abbassati. 
Doveva essersi fermato per un furioso bisogno, impellente e prepotente, uno di quelli che non danno preavviso e che provocano sudore freddo. Il fetore era insopportabile e stagnava nel caldo asfissiante.
    Gettai un occhio attorno per vedere se arrivava qualcuno, ma a quell’ora ero certo di essere da solo, in quella  stradina di campagna, polverosa e desolata. Il sole si rifletteva sui teloni bianchi delle serre e sul cofano metallizzato del suv. Già a quella distanza era possibile avvertire il calore che si sprigionava dalla lamiera. La portiera del guidatore era aperta. Mi avvicinai a bordo del mio cinquantino e sbirciai all’interno; due cellulari sul sedile del passeggero, depliant di una nota marca di birra e biglietti da visita. All'improvviso sentii un’auto che risaliva dalla perpendicolare collegata alla statale. Non ci pensai due volte, accelerai e diedi gas; non avevo nessuna intenzione di finire sotto i colpi di un camorrista. 
   Naturalmente, per sicurezza e per pudore, non dirò cosa pensai nel tragitto che mi separava da casa, ma in quei lenti lunghissimi minuti immaginai di essere raggiunto, speronato e sforacchiato da una sventagliata di mitra. Cristo, mi venne in mente la scena di un poliziesco, un poveraccio che si dimenava a terra, con due proiettili nello stomaco; doveva essere terribile morire il quel modo. La notizia di una seconda prostituta strangolata proprio da quelle parti mi mise addosso una gran fretta e una strizza che non vi dico. 
    La polizia, certo, anche a loro pensai, ma ormai era fatta.
    Mi buttai sotto la doccia e lì rimasi un po’ a riflettere, mentre mi ripulivo per bene della polvere appiccicata sulla pelle. Avevo già svolto la mia mezza giornata di lavoro, ero a pezzi e soprattutto seccato, per via del ragioniere: si era beccato una dissenteria paurosa, di quelle tremende che ti asciugano dentro e ti tengono inchiodato alla tazza del bagno per ore. In pratica toccava solo a me, ultima ruota del carro, ricevere le consegne in piena controra; scatole di birra, liquori, casse d’acqua da mettere in frigo e una montagna di consumazioni da sistemare in magazzino. Oltre a dare una rinfrescata ai cessi, mi toccava rassettare il bancone del bar, rifornire lo scaffale dei liquori, avviare l’aria condizionata ecc ecc. Nel pomeriggio, se non fossi morto per la stanchezza, sarei dovuto ritornare per aprire il bar, e vestito da cameriere, stare in piedi fino alle cinque del mattino.
Quando Lucio mio padre rientrò in casa, ero sul divano, ancora in accappatoio, stanco e snervato.
    «Allora?» chiesi speranzoso. Non dissi nulla per non affliggerlo e preoccuparlo ulteriormente.
    «Sono stato imbottigliato nel traffico dei bagnanti, c’era un posto di blocco a ogni incrocio.»
    «Quindi non ti sei visto con nessuno?» gli chiesi deviando dal discorso.
    «Ho deciso, vado alla polizia a denunciare la scomparsa.»
    Mia sorella non dava segni di vita da diversi giorni, lo aveva già fatto un paio di volte nel passato, ma si era trattato di scappatelle. Questa volta invece, pareva che la cosa fosse diversa, il suo cellulare era muto e aveva lasciato a casa tutte le sue cose. Alessandra era bellissima e lo confesso, ero geloso di lei. Le volevo un gran bene, volevo proteggerla da se stessa e dal suo carattere ribelle. Putroppo i suoi comportamenti mettevano in agitazione tutta la famiglia. Per la prima volta ero preoccupato seriamente. ‘Ale’ amava il ballo ed esibirsi: me la ricordo fin da piccola, a Minsk alla scuola di danza mentre volteggiava e disegnava armoniche figure con il corpicino agile, nella sala gremita di genitori.
    Poi vennero gli anni duri del befotrofio e infine l’Italia. Pareva la fine di un incubo, ci sentimmo fortunati ad essere accolti come figli da Lucio e dalla moglie Carla. Tutto sommato, io e Ale eravamo ancora una famiglia.
    Nonostante gli anni neri e miseri, avari di carezze sincere, trascorsi tra le mura del befotrofio, Alessandra era ridiventata allegra e piena di vita. Tuttavia non aveva mai risolto il proprio dolore e conviveva coraggiosamente con la sua intima sofferenza; aveva cinque anni quando venne ritrovata dalla polizia abbracciata al cadavere di nostra madre, pugnalata con ferocia dal suo stupratore. 
    L'assassino, a quanto ne so, è ancora a piede libero.
    Per fortuna mia sorella non aveva smarrito la passione per la danza e aveva iniziato a farsi chiamare Xandra Smolova, usando il cognome della nostra vera madre. Oggi anche le sue amiche più strette la chiamano così.
    Prima della sua sparizione aveva trascorso un periodo esibendosi in “night” e locali notturni, cosa che a Lucio, vigilantes in pensione, non è mai andata a genio. Ciò nonostante non gliela aveva mai proibito di fatto, limitandosi a dire solo no. Ma sapevano che non condivideva quella scelta. Dall'alto dei suoi anni di servizio, conosceva esattamente che razza di farbutti bazzicavano attorno alle piste da ballo.
    All’inizio avevo pensato che Ale volesse solo dimostrare di essere cresciuta e che nessuno poteva decidere per lei. Peraltro non si scorgevano fidanzati all'orizzonte. Gli ultimi fatti di cronaca nera mi avevano messo addosso una paura da matti e Lucio era tormentato dai sensi di colpa, per non essere stato abbastanza severo con mia sorella.
    «Come va con la pancia?» gli chiesi.
   Lui se la massaggiò sovrappensiero, poi fece un gesto con la mano: «La stitichezza è fastidiosa quanto la diarrea. Mi accompagni?» mi chiese.
    «Aspetta, magari stasera si fa viva» gli risposi. 
    Stavo per dirgli del morto, ma lui era già sulla porta che usciva.
    Una settimana prima della sua sparizione, Ale era turbata, i tratti del suo viso erano segnati da un velo di tristezza. Non volle dirmi nulla di cosa le stesse accadendo. Cosa si può pensare di una giovane bella e attraente, che all'improvviso smarrisce il sorriso e la voglia di essere felice? Le sue amiche mi avevano fatto sospettare il peggio, ma Ale aveva  tappato la loro bocca. Tuttavia, non fu difficile fare due più due quando conobbi le sue colleghe della discoteca, carine, giovanissime e tutte dell'Est.
    Mi sono sempre chiesto cosa provino le persone colpite da certe tragedie. Lucio era uno di queste, giunto al limite della rottura, pericolosamente in bilico sul ciglio della disperazione. Non osavo immaginare come avrebbe reagito se avesse saputo la verità.
     Dov'era finita la mia gemella? 
    Per conto mio, non avrei potuto fare di più rispetto a ciò che avevo fatto, eppure continuavo a tormentarmi nel timore che finisse come nostra madre.
    Mi rivestii in fretta, riempii lo zaino e ritornai al lavoro.
                                                                                                                                     (fine prima parte)

Nessun commento: