Confesso di non aver mai visto da vicino un cadavere ammazzato
e lo sfacelo provocato da un singolo proiettile, uno solo finito in mezzo alla
fronte: il retro del cranio si era aperto come un melone. Il cervello
spappolato era schizzato dappertutto; i miei occhi non riuscivano a staccarsi da
quell’orrore.
L’uomo, un tizio corpulento dall'aspetto piuttosto volgare, giaceva tra la macchina e il bordo della
scarpata, coi pantaloni e gli slip completamente abbassati.
Doveva essersi
fermato per un furioso bisogno, impellente e prepotente, uno di quelli che non danno preavviso e che provocano sudore freddo. Il fetore era insopportabile e stagnava nel caldo asfissiante.
Gettai un occhio attorno per vedere se arrivava qualcuno, ma a
quell’ora ero certo di essere da solo, in quella stradina di campagna, polverosa e
desolata. Il sole si rifletteva sui teloni bianchi delle serre e sul cofano
metallizzato del suv. Già a quella distanza era possibile avvertire il calore
che si sprigionava dalla lamiera. La portiera del guidatore era aperta. Mi avvicinai a bordo del mio cinquantino e sbirciai all’interno; due cellulari sul
sedile del passeggero, depliant di una nota marca di birra e biglietti da
visita. All'improvviso sentii un’auto che risaliva dalla perpendicolare
collegata alla statale. Non ci pensai due volte, accelerai e diedi
gas; non avevo nessuna intenzione di finire sotto i colpi di un
camorrista.
Naturalmente, per sicurezza e per pudore, non dirò cosa pensai
nel tragitto che mi separava da casa, ma in quei lenti lunghissimi minuti
immaginai di essere raggiunto, speronato e sforacchiato da una sventagliata di mitra.
Cristo, mi venne in mente la scena di un poliziesco, un poveraccio che si
dimenava a terra, con due proiettili nello stomaco; doveva essere terribile
morire il quel modo. La notizia di una seconda prostituta strangolata proprio
da quelle parti mi mise addosso una gran fretta e una strizza che non vi dico.
La polizia, certo, anche a loro pensai, ma ormai era fatta.
Mi buttai sotto la doccia e lì rimasi un po’ a riflettere,
mentre mi ripulivo per bene della polvere appiccicata sulla pelle. Avevo già
svolto la mia mezza giornata di lavoro, ero a pezzi e soprattutto seccato, per via
del ragioniere: si era beccato una dissenteria paurosa, di quelle tremende
che ti asciugano dentro e ti tengono inchiodato alla tazza del bagno per ore. In pratica
toccava solo a me, ultima ruota del carro, ricevere le consegne in piena
controra; scatole di birra, liquori, casse d’acqua da mettere in frigo e una
montagna di consumazioni da sistemare in magazzino. Oltre a dare una
rinfrescata ai cessi, mi toccava rassettare il bancone del bar, rifornire lo scaffale dei liquori, avviare l’aria
condizionata ecc ecc. Nel pomeriggio, se non fossi morto per la stanchezza,
sarei dovuto ritornare per aprire il bar, e vestito da cameriere, stare in piedi fino
alle cinque del mattino.
Quando Lucio mio padre rientrò in casa, ero sul divano, ancora
in accappatoio, stanco e snervato.
«Allora?» chiesi speranzoso. Non dissi nulla per non
affliggerlo e preoccuparlo ulteriormente.
«Sono stato imbottigliato nel traffico dei bagnanti, c’era
un posto di blocco a ogni incrocio.»
«Quindi non ti sei visto con
nessuno?» gli chiesi deviando dal discorso.
«Ho deciso, vado alla polizia a denunciare la scomparsa.»
Mia sorella non dava segni di vita da diversi giorni, lo aveva
già fatto un paio di volte nel passato, ma si era trattato di scappatelle. Questa volta invece, pareva che la cosa fosse diversa, il suo cellulare era muto e aveva
lasciato a casa tutte le sue cose. Alessandra era bellissima e lo confesso, ero
geloso di lei. Le volevo un gran bene, volevo proteggerla da se stessa e dal suo carattere ribelle. Putroppo i suoi comportamenti mettevano in agitazione tutta
la famiglia. Per la prima volta ero preoccupato seriamente. ‘Ale’ amava il ballo
ed esibirsi: me la ricordo fin da piccola, a Minsk alla scuola di danza mentre
volteggiava e disegnava armoniche figure con il corpicino agile, nella sala gremita di genitori.
Poi vennero gli anni duri del befotrofio e infine
l’Italia. Pareva la fine di un incubo, ci sentimmo fortunati ad essere accolti
come figli da Lucio e dalla moglie Carla. Tutto sommato, io e Ale eravamo ancora
una famiglia.
Nonostante gli anni neri e miseri, avari di carezze sincere, trascorsi tra le mura del befotrofio, Alessandra era ridiventata allegra e piena di vita. Tuttavia
non aveva mai risolto il proprio dolore e conviveva coraggiosamente con la sua intima
sofferenza; aveva cinque anni quando venne ritrovata dalla polizia abbracciata al cadavere di nostra madre, pugnalata con ferocia dal suo stupratore.
L'assassino, a quanto ne so, è ancora a piede libero.
Per fortuna mia sorella non aveva smarrito la passione per
la danza e aveva iniziato a farsi chiamare Xandra Smolova, usando il cognome
della nostra vera madre. Oggi anche le sue amiche più strette la chiamano così.
Prima della sua sparizione aveva trascorso un periodo
esibendosi in “night” e locali notturni, cosa che a Lucio, vigilantes in
pensione, non è mai andata a genio. Ciò nonostante non gliela aveva mai
proibito di fatto, limitandosi a dire solo no. Ma sapevano che non condivideva quella scelta. Dall'alto dei suoi anni di servizio, conosceva esattamente che razza di farbutti bazzicavano attorno alle piste da ballo.
All’inizio avevo pensato che Ale volesse solo dimostrare di essere cresciuta e che nessuno poteva decidere per lei. Peraltro non si scorgevano fidanzati all'orizzonte. Gli ultimi fatti di cronaca nera mi avevano messo addosso una paura da
matti e Lucio era tormentato dai sensi di colpa, per non essere stato abbastanza severo con mia sorella.
«Come va con la pancia?» gli chiesi.
Lui se la massaggiò sovrappensiero, poi fece un gesto con la mano: «La stitichezza è fastidiosa quanto la diarrea. Mi accompagni?» mi chiese.
«Aspetta, magari stasera si fa viva» gli
risposi.
Stavo per dirgli del morto, ma lui era già sulla porta che usciva.
Una settimana prima della sua sparizione, Ale era turbata, i tratti del suo viso erano segnati da un velo di tristezza. Non volle dirmi nulla di cosa le stesse accadendo. Cosa si può pensare di una giovane bella e attraente, che all'improvviso smarrisce il sorriso e la voglia di essere felice? Le sue amiche mi avevano fatto sospettare
il peggio, ma Ale aveva tappato la loro bocca. Tuttavia, non fu difficile fare due
più due quando conobbi le sue colleghe della discoteca, carine, giovanissime e tutte dell'Est.
Mi sono sempre chiesto cosa provino le persone colpite da
certe tragedie. Lucio era uno di queste, giunto al limite della rottura, pericolosamente in bilico sul ciglio della disperazione. Non osavo immaginare come avrebbe reagito se avesse saputo la verità.
Dov'era finita la mia gemella?
Per conto mio, non avrei potuto fare di più rispetto a ciò che avevo fatto, eppure continuavo a tormentarmi nel timore che finisse come nostra madre.
Mi rivestii in
fretta, riempii lo zaino e ritornai al lavoro.
(fine prima parte)

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